Anche ieri sera alla Libreria Ambasciatori di Bologna, come già sabato scorso al Consiglio Comunale aperto alla cittadinanza di Giovinazzo(BA), come in ogni altra occasione in cui in queste quattro settimane ho discusso con la gente dell’emendamento alla Finanziaria che dispone la possibilità di vendita dei beni confiscati alle mafie, ho constatato la distanza che esiste tra il sentire delle persone, profondamente allarmate dalla decisione del Governo, e l’atteggiamento minimalista, quasi sprezzante, che i rappresentanti del Governo hanno assunto in questa vicenda. Una distanza che fa male alla politica oltre che alla lotta alla criminalità.
Non si possono, infatti, affrontare problemi complessi se non si condividono, almeno, i “fondamentali“: che non c’è sicurezza senza legalità; che la legalità non può essere perseguita solo con la repressione ed il controllo, ma che va ricercata e fatta crescere attraverso l’educazione e il cambiamento culturale; che il coinvolgimento della società civile è, ovviamente, imprescindibile in quest’opera di sviluppo e diffusione dell’idea di bene comune, di patrimonio collettivo, che dovrebbe essere tutt’uno con l’idea di Stato; che non c’è Stato se l’Italia non è un Paese solo, se il divario Nord-Sud non è assunto come problema di tutti, se la lotta alle mafie non è obiettivo egualmente identificato a Palermo e a Milano, a Bari e a Bologna.
Condizione perchè ciò avvenga è che obiettivi e scelte siano coerenti con i principi: non si può, come sembra voler fare il Ministro Maroni, ad un tempo dire “vendiamo i beni” e “costituiamo l’Agenzia per la loro gestione ottimale”: sono scelte che fanno riferimento a visioni distinte, a valori diversi.
Per combattere la criminalità organizzata è necessario dare messaggi chiari: loro, le mafia, stanno da una parte; noi, lo Stato, dall’altra: niete fumo, niente ambiguità, niente compromessi.
